ALLE 21.30

Nel vagone della Metro non c’è molta gente. Non sono fatti di sabato sera, né turisti. Tornano a casa dal lavoro, o da qualche angolo di città dove hanno raggranellato qualcosa per il giorno appresso. Li diresti stanchi. Hanno facce vuote. Ma non è stanchezza la loro. I loro volti sono semplicemente nudi. Non nascondono più il disinganno o la frustrazione e non dicono più “chissà…”. Seppelliti orgoglio e dignità fissano un angolo a caso. Non gli importa che appaia la loro tristezza o la consapevolezza che non ci sono ore felici nelle case dove ritornano, derubati del semplice desiderio di vivere una vita normale, da piccoli punti del mondo che va avanti comunque e nonostante le loro facce. Sono facce che non aspettano più. Facce nude. L’Italia è diventato un Paese triste.

Contrassegnato da tag , ,

L’indiano e la cartella

Gli indiani sono tutti giovani. Per strada e nella metro. Hanno abolito la vecchiaia per questi viaggi in paesi che sono, in fondo, un nessundove. Non hanno niente. Cercano la vita. Come chiunque altro, solo con meno pretese. Alcuni di loro erano dei professori, qui vendono cianfrusaglie in osso. Una mattina, o una sera, non ricordo, un indiano aveva una cartella blu sulle ginocchia, una di quelle cartellette che si usano per i documenti. Chissà cosa c’era dentro, forse le carte per restare qui, forse delle analisi cliniche, o magari una laurea indiana in psicologia, oppure niente. Quello che è certo è che in quel momento, l’indiano è tutto assorto a fissare la cartellina blu e ad un tratto comincia a scriverci sopra, a scriverci sopra con le dita, una lettera alla volta. Forse sono solo dei ghirigori come quelli che si fanno parlando al telefono. Ma è troppo irraggiungibile nella sua opera di scrivano senza inchiostro. Allora mi viene in mente che quello che scrive possa essere il nome di una ragazza, giovane anche lei, ma ora lontanissima, promessa ad un amore mangiato dalla miseria. La città non gliela restituirà, ma l’indiano porterà con se la sua cartellina blu, in tutte le strade e in tutte le piazze come la cosa più preziosa. Una tavoletta di plastica su cui incide sempre le stesse lettere invisibili, prima dei fiori, prima delle collane, prima dei parchi, prima dei sogni e prima di tutto questo.

Contrassegnato da tag , ,

I PRATI

Ci sono un sacco di cose che diamo per scontate. A volte diamo per scontato anche il tempo, come la vita. Ma la vita e il tempo non sono mai scontati, né sono cose che s’aspettano. E la memoria? Chi sa veramente dire cosa sia? E perchè ci vengono in mente delle cose del passato quando ce ne stiamo fermi, senza parlare, a guardare un deserto verde?
Potrebbe essere solo una specie di suggestione.
Io mi ricordo di certi prati vicino casa, molti anni fa. Non ci andavo io nei prati, ma mi ricordo che c’erano.
Oggi, quando guardo un prato, non so se provo più nostalgia o un senso di morbida desolazione.
Alla nostalgia, però, non so dare un nome.
E la desolazione forse proviene dagli appigli mancanti dell’esistenza e dell’oggi. Ma anche questo alla fine è un sentimento vago. C’è qualcosa di inspiegabile. Nella memoria come nel fissare una distesa verde.
Così, se qualcuno ci chiedesse cosa proviamo in questo momento, l’unica risposta che forse potremmo dare è: “Non so cosa dire.”

© Foto di Francesco Rossano Savino

Contrassegnato da tag , , ,

L’uomo e l’albero

C’è troppo vapore tra la ghiaia e il ritmo blando dei corridori mattutini. Se anche un tempo è stato uno di loro, ora non più. Non li guarda. Non li guarda più. Le mani nelle tasche del cappotto lungo. Non se lo immaginava nemmeno che un giorno lui, proprio lui, si sarebbe ritrovato con le mani in tasca, tutti gli anni addosso e la pena di poco tempo prima nel pensare alla morte, ora divenuta un’abitudine come tutte le altre. Non si volta mai. Figurarsi i prati, per quest’ex Amleto. Non fuma. Se pensasse di valere quanto ogni cosa fumerebbe. Non gli interessa cantarsi una canzone e ridersela sotto le nuvole. Ma non è triste. E’ solo sceso dal treno e, a dirla tutta, non gliene importa niente. Da tempo, per troppo tempo ha vissuto la vita di un altro: Moglie & Figli te li affibbia il destino, il resto lo fa il lavoro. Tanto vleva…Ma è immobile, quindi i pensieri li lascia al vento. Avrà settant’anni e avrà detto tutte le parole. Non è pazzo. Guarda l’albero davanti a sé. Stamattina è venuto qui e s’è messo a guardare l’abero perchè non aveva proprio un bel niente da fare. E’ andato avanti fino a stamattina senza vantarsi di essere nato, tutto qua.

Contrassegnato da tag , ,

Lei, lui e i palazzi

Si saranno sposati una trentina d’anni fa, questi due sessantenni che vedo passeggiare
davanti a me. Lei sottobraccio a lui, in una sera di novembre. Come avranno passeggiato trent’anni fa? Forse lui le avrà detto le parole d’amore che conosceva, lei avrà poggiato il capo sulla sua spalla e avrà chiuso gli occhi. Avrà pensato a come sarebbe stato passare la vita insieme. Forse, giunti davanti al portone di casa sua, lui le avrà tenuto le mani e le avrà promesso qualcosa, forse tutta la vita. Lei avrà sorriso dolcemente e, come un lampo, tutta la vita, tutta quella vita e la sua di prima, le sarà passata davanti; ma avrà lasciato correre, senza pensarci su. E lui sarà andato via con le mani in tasca, lanciando uno sguardo ad una luna buona. L’aveva trovata, la donna della sua vita.
Poi sono passati trent’anni. I figli ormai passeggiano per conto loro.
I due sposi di sessant’anni camminano piano. Hanno tutti gli anni addosso. Saranno stati felici? Lei sottobraccio a lui e lui che non ha più promesse da fare. Ormai sono lì. A passeggiare in una sera di novembre.
Lei guarda davanti a sé, ogni tanto si volta per guardare i negozi sull’altro lato della strada. Lui ogni tanto guarda in su e stringe gli occhi, per vedere meglio qualche scorcio di palazzo. Così, giusto per guardare qualcosa.

Contrassegnato da tag , ,

4 Bis*

Non c’era proprio niente di divertente ad alzarsi alle sei del mattino per andare a scuola. E non c’era niente di divertente a prendere un carroccio arancione che arrancava per i rioni come un ubriacone costretto a mettere un piede davanti all’altro per andare da un capolinea all’altro. Ma quando i motorini avevano i pedali, non c’erano i cellulari né facebook e il Milan ripeteva con gli olandesi l’eterna epopea del tridente, si cercava di inventarselo il divertimento. Alle 7.30 del mattino il divertimento ce lo si inventava sul 4 Bis, l’autobus scalcinato che te lo vedevi spuntare da sopra la chiesa quando lo prendevi alla Fermata – pensilina del capolinea e punto d’incontro dove si rideva a vanvera e s’aspettava la sera, qualche ragazza, la vita e il 4 Bis. Alcune di queste cose passarono di lì, altre non passarono mai, il 4 Bis c’era sempre. Tutte la mattine. Mia madre mi faceva l’abbonamento a Piazza 18 Agosto. Soldi buttati. Il 4 Bis era un incubo per i controllori: vacci tu in mezzo a quella turba di scalmanati che facevano il verso della cornacchia, spingevano, giocavano allo schiaffo del soldato, fumavano e sfasciavano tutto; si dice che l’autista a cui toccava il 4 Bis delle 7.30, prima di prendere servizio bestemmiasse regolarmente i santi con la precisione di uno che sa a memoria la formazione dell’Italia di Messico ’70. Mai fatto  il biglietto. Mai visto un controllore. Nel 4 Bis succedeva di tutto. Io ho visto il finestrone laterale dell’autobus cadere sbrindellato sull’asfalto, in via Appia, poco dopo il carcere, sfondato da qualcuno dei ‘grossi’ che si era alzato colla luna storta. I cinque posti dietro erano una conquista. Te li dovevi sudare. Potevi fare il furbo e aspettare l’autobus alla fermata prima del capolinea, vicino al bar di Zia Rosa e conquistare il posto. Ma tanto ti ci facevano alzare. C’era da rimetterci il naso ed io non è che sia mai stato tutta ‘sta bellezza, per cui me lo tenevo caro caro il naso. A Santa Maria c’era la svolta. La maggior parte andava al geometra, ma le aule del geometra erano parecchio vuote perché i geometri andavano a studiare all’aperto, nella villa comunale, o nelle sale giochi, che erano peggio del 4 Bis. Quanto a me, ero considerato per lo più un amabile coglione e ne uscii sempre illeso. In più ero un liceale e pensavo che quel giorno avevo l’interrogazione di italiano…Ma il 4 bis me lo ricordo. Dopo vent’anni che vuoi? i ragazzini c’hanno il macchinino, nessuno si tiene in tasca i gettoni per le cabine telefoniche, si rimorchia via internet, e Van Basten gioca solo nei ricordi dei calciofili. Gli autisti non bestemmiano più. Il 4 Bis è andato in pensione da tempo. Ora c’è il 5. Tutt’un altro film. Non c’era proprio niente di divertente ad alzarsi alle sei del mattino per andare a scuola. Ed anche se  allora tutto era né meglio né peggio di adesso, oggi che il biglietto lo faccio e il posto dietro c’è sempre, quei versi di cornacchia nonostante tutto, un pochino, mi mancano.

*Da un’idea di Rossano Savino

Contrassegnato da tag ,
Follow

Get every new post delivered to your Inbox.