Io: “Allora, ci vai a votare?”
Barbiere: “A dire il vero, non è che ho tutta ’sta voglia…”
Io: “Eh…d’altra parte oggi uno vota l’uomo non il partito.”
Barbiere: “Appunto.”
Non c’era proprio niente di divertente ad alzarsi alle sei del mattino per andare a scuola. E non c’era niente di divertente a prendere un carroccio arancione che arrancava per i rioni come un ubriacone costretto a mettere un piede davanti all’altro per andare da un capolinea all’altro. Ma quando i motorini avevano i pedali, non c’erano i cellulari né facebook e il Milan ripeteva con gli olandesi l’eterna epopea del tridente, si cercava di inventarselo il divertimento. Alle 7.30 del mattino il divertimento ce lo si inventava sul 4 Bis, l’autobus scalcinato che te lo vedevi spuntare da sopra la chiesa quando lo prendevi alla Fermata – pensilina del capolinea e punto d’incontro dove si rideva a vanvera e s’aspettava la sera, qualche ragazza, la vita e il 4 Bis. Alcune di queste cose passarono di lì, altre non passarono mai, il 4 Bis c’era sempre. Tutte la mattine. Mia madre mi faceva l’abbonamento a Piazza 18 Agosto. Soldi buttati. Il 4 Bis era un incubo per i controllori: vacci tu in mezzo a quella turba di scalmanati che facevano il verso della cornacchia, spingevano, giocavano allo schiaffo del soldato, fumavano e sfasciavano tutto; si dice che l’autista a cui toccava il 4 Bis delle 7.30, prima di prendere servizio bestemmiasse regolarmente i santi con la precisione di uno che sa a memoria la formazione dell’Italia di Messico ‘70. Mai fatto il biglietto. Mai visto un controllore. Nel 4 Bis succedeva di tutto. Io ho visto il finestrone laterale dell’autobus cadere sbrindellato sull’asfalto, in via Appia, poco dopo il carcere, sfondato da qualcuno dei ‘grossi’ che si era alzato colla luna storta. I cinque posti dietro erano una conquista. Te li dovevi sudare. Potevi fare il furbo e aspettare l’autobus alla fermata prima del capolinea, vicino al bar di Zia Rosa e conquistare il posto. Ma tanto ti ci facevano alzare. C’era da rimetterci il naso ed io non è che sia mai stato tutta ’sta bellezza, per cui me lo tenevo caro caro il naso. A Santa Maria c’era la svolta. La maggior parte andava al geometra, ma le aule del geometra erano parecchio vuote perché i geometri andavano a studiare all’aperto, nella villa comunale, o nelle sale giochi, che erano peggio del 4 Bis. Quanto a me, ero considerato per lo più un amabile coglione e ne uscii sempre illeso. In più ero un liceale e pensavo che quel giorno avevo l’interrogazione di italiano…Ma il 4 bis me lo ricordo. Dopo vent’anni che vuoi? i ragazzini c’hanno il macchinino, nessuno si tiene in tasca i gettoni per le cabine telefoniche, si rimorchia via internet, e Van Basten gioca solo nei ricordi dei calciofili. Gli autisti non bestemmiano più. Il 4 Bis è andato in pensione da tempo. Ora c’è il 5. Tutt’un altro film. Non c’era proprio niente di divertente ad alzarsi alle sei del mattino per andare a scuola. Ed anche se allora tutto era né meglio né peggio di adesso, oggi che il biglietto lo faccio e il posto dietro c’è sempre, quei versi di cornacchia nonostante tutto, un pochino, mi mancano.
*Da un’idea di Rossano Savino
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Non era uno che parlava molto, Bini. In genere se ne stava sulle sue. Aveva una faccia buffa. Avevo molta simpatia per lui. Per lo più lo vedevi in compagnia di Bomber o Perales o Fiocco ecc. Aveva un bel talento per il pallone: era un protagonista fisso delle partitone in “palestra”. Mi pare giocasse in una squadra anche. Aveva una predilizione per le discoteche. L’abbigliamento variopinto per le discoteche lo forniva a lui e agli altri la “fabbrica dello scambio”: uno comprava una maglietta fosforescente e prima o poi la vedevi addosso a qualcun’ altro. Bini aveva una predisposizione innata alla sopportazione silenziosa e ironica dei piccoli e grandi guai della vita. Quando diventava vittima occasionale del divertimento dei “grossi”, sopportava tutto silenziosamente, a volte rideva pure, e quelli giù botte e lui giù a ridere. Rideva perchè aveva capito il ridicolo e la malinconia dell’allegria a tutti i costi di chi sta salutando la gioventù: i “grossi” superavano tutti i trenta. Ad un certo punto la vita sorprese anche Bini. La scuola era finita. Toccava andare a lavorare. Niente più risate in sala giochi coi “grossi” anche perchè non c’erano più né sala giochi né “grossi”. Ad un certo punto Bini prese a fumarsi delle gran sigarette e diventò “Smoke”. Quando cominciarono a chiamarlo così, deve aver detto tra sè e sè quello che diceva dei fatti, dei comportamenti e della vita quando non se ne capacitava: “Muah…”
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Se l’inverno conserva le feste di Natale risvegliano l’ ingegno. Ai tempi almeno, lo risvegliavano. I prefabbricati erano di varo tipo, quelli a rombo si chiamavano Api, ma dentro non ci si faceva il miele. Ci si giocava. A carte. Parecchio ci si giocava. Specie durante le feste di Natale. Erano tempi in cui la pornografia viveva di materassi e murazzi col buco. Allo stesso modo, quando si giocava si giocava alla buona. Il poker non piaceva ai biscazzari del caso. Ecco, si giocava a giochi di borgata, come la fatidica “stoppa” – gioco con le carte napoletane dove si vince a culo o coi magheggi – colle carte vecchie e i soldi. Pochi, i soldi, ma sufficienti ad aguzzare la più abile delle prestigiazioni.In uno degli Api viveva Erni. Con la madre. Erni giocava a “stoppa”. Anche la madre giocava a “stoppa”. Erni e la madre in coppia erano imbattibili. Per anni si sospettò che la madre avesse preso lezioni da Toni Binarelli – assi, controassi e stoppone che apparivano come d’incanto da chissà dove. Per anni si continuò ad andare da Erni solo per cogliere in flagrante la diabolica coppia. Erni veniva da lontano ed aveva uno zio, diceva, intimo di Bob Marley. Anche per questo ci si andava. Erni era anche dotato di discreto coraggio e aveva condotto da solo imprese mirabolanti al tempo delle cd. guerre rionali. Cos’era vero? Cos’era falso? Allora si riusciva a distinguere. Quando non lo si faceva era solo perchè non lo si voleva fare. Spesso c’era aria di letargo nel rione. Ogni tanto un Erni inventava la partita a carte di cui si sarebbe parlato ridendo molto il giorno dopo. Il gioco, in fondo, era tutto qui.
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Personaggi. Ogni rione ne ha. E ne avrà sempre. Ma si tratta di una razza in estinzione. Anche perchè per le strade si gira sempre meno. Ma all’inizio degli anni ‘90 non era così. Mi ricordo le cassette duplicate, i film in videoteca, le scrivanie senza pc, lo scorrazzare dei motorini e l’autobus delle 7.30 del mattino, i “grossi”, e i personaggi. Pisellino era uno di questi. Era più grande rispetto a tutti noialtri, ma non era uno dei “grossi”: i “grossi” erano gente sui trenta, Pisellino i trenta li aveva già passati ed elargiva la sua saggezza ai piccioli1. Capitava di vederlo spesso Pisellino, tutto gellato e impettito, dalle parti del Bar di Zia Rosa, che camminava da solo in cerca di chissacchè. Pisellino girava con pinocchietti maglietta e gilè finchè non cadeva la prima neve. Pisellino aveva i pinocchietti bianchi la maglietta bianca ed il gilè bianco. Era tutto bianco. Fumava e passeggiava passeggiava e fumava. Dalle parti del Bar di Zia Rosa. Di che vivesse nessuno l’ha mai saputo. Anche questo ne faceva un personaggio. La saggezza di Pisellino era nel ghigno sardonico dell’uomo vissuto e nell’attitudine musicofila. Tipica mattina di scuola. Casino nell’autobus. Qualcuno mena in mezzo2 Cobain parlando parlando. Pisellino – dove andasse alle 7.30 del mattino nessuno l’ha mai saputo – vicino all’autista, poggiato al sostegno, ascolta. Un pò sorride un pò guarda avanti un pò finge di fumare. Qualcuno mena in mezzo gli Oasis. Pisellino allora sale in cattedra: “Ma chi sò ’sti cantanti! Mò3 ve lo dico iioo un cantante serio – si assicura che lo stiano ascoltando, i piccioli – lo volete sapere un cantante serio? Mò ve lo dico iioo un cantante serio: Devvin Bauuhi!” L’autista se ne frega di Devvin Bauuhi e continua con Maruzzè. I piccioli si esaltano: “Bravo bravo! Bell’ bell’ Pisellì!” Pisellino, in bianco, dice sì colla testa e guarda soddisfatto davanti a sè. Gli brilla al sole il gilè bianco , in un mattino d’ Ottobre di inizio anni ‘90.
1 “Piccioli”: adolescenti, ragazzini.
2 “Menare in mezzo”: espressione gergale che sta per “nominare nel mezzo di un discorso”.
3 “Mò”: adesso.
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Aveva il cognome che cominciava per “Picc”, così qualcuno prese a chiamarlo prima “Picch” poi “Piccione”. Ma il rione vantava all’epoca non solo affibbiatori di soprannomi, ma anche ispirati poeti: “Piccione” andò presto in pensione e fu sostituito dal più nobile “Gabbiano”. Durante le partitone, Gabbiano veniva chiamato per brevità “Gabbià”, oppure, se faceva qualche numero, o qualche stronzata, con il più musicale “Gabbbiaaahhhah!!!”. Gabbiano non veniva molto spesso in palestra, ma quando veniva si faceva notare per la caratteristica che l’ha consegnato al ricordo di tutti: la velocità. Gabbiano era veloce. Parecchio veloce. E spericolato – un pomeriggio, dopo che la sera prima aveva visto “Fuga per la vittoria”, il film con Pelè, si mise a fare delle rovesciate spaccaschiena sul cemento quando gli arrivava il passaggio giusto. Era capace di percorrere l’intero campetto in 3-4 secondi, marcarlo era quasi impossibile. Gabbiano era imprendibile. Allora il rione era diviso in “uaglionati”1 : “uaglioni della palestra”, “uaglioni della Montano”, ed i temibili “uaglioni di sopra la chiesa”. – Dei “uaglionati” parlerò un’altra volta, ora basti sapere che l’artefice della fama di Gabbiano fu proprio uno dei “uaglioni di sopra la chiesa”: tale “Pichi”, ragazzo di vita molto agitato e molto dialettale. Pichi aveva una Vespa PK rossa. Molto scattante e nervosa come tutte le vespe PK rosse. Un pomeriggio, Pichi, che di rado si allontanava dal suo “uaglionato”, si fece un giro dalle parti della palestra. E sulla strada detta “discesa del macellaio” dalla macellaria che si trova tuttora sotto questa strada, incontrò Gabbiano. I due si salutarono più o meno rumorosamente e sboccatamente – le battute sboccate erano un modo per dimostrare spirito d’amicizia – e Gabbiano lanciò la sfida fatale: “Io vado più veloce della tua Vespa in questa discesa.” Risatone di Pichi. Gabbiano insiste. I due si mettono quasi all’inizio della salita. Gabbiano con un pò di vantaggio. Pichi da gas e ride. Gabbiano gusta il sapore dell’impresa. Bruuummm bruuummm bruuummm “Gabbià! GABBBIIIAAAHHHAH!!!” partiti! 70 metri a rotta di collo sulla discesa del macellaio! Gabbiano corre gambe in spalla e faccia a terra con il suo tipico stile Pichi bestemmia ride fortissimo cerca di deconcentrarlo millantando improbabili doti erotiche della madre ma è inutile Gabbiano vola sulla discesa del macellaio la Vespa sgasa Pichi ha sottovalutato le doti di Gabbiano e ora accelera gridando sta per raggiungerlo mancano pochi metri Gabbiano è allo stremo ma ci crede con un ultimo disperato slancio si catapulta sulla fine della discesa Pichi è a pochi ma troppi centimetri perchè non si possa annunciare il primato ineguagliato e ineguagliabile: Gabbiano in discesa è più veloce della Vespa PK rossa.
Quella sera, come al solito, non c’era una lira. E così andammo a mangiare risate in palestra: Gabbiano sul muretto che mimava il tutto e noi con un ricordo in più.
1 “Uaglionati”: da “uaglioni”, cioè ragazzi. Quindi “posti frequentati dai ragazzi”.
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“Bomber”. Lo chiamavano così per via del calcio: Bomber sognava di fare il calciatore. Nel 1990 era appena un ragazzino. Un pomeriggio, o una mattina, andammo in “palestra”: la “palestra” era una grande costruzione bianca col soffitto concavo di legno e con a fianco un campo da pallavolo, che da pallavolo non era mai stato, perchè ci si giocava a pallone dalla mattina alla sera ed il cemento verde a terra era tutto screpolato come una faccia che ha preso troppo freddo. Le porte ovviamente non c’erano, ma bastava qualche paletto di legno e due chiodi, che il muretto basso che delimitava la larghezza del campo sosteneva finchè il pallone non prendeva la “traversa”. Su tre lati il campo era chiuso da un muricciolo con una specie di staccionata di pietra il più delle volte sbrindellata, sull’altro lato la facciata bianca della palestra. Quando si diceva “andiamo in palestra” voleva dire “andiamo a giocare a pallone”. Fu in “palestra” che vidi Bomber per la prima volta, i capelli ricci di colore biondo-rossastro, le lentiggini e la maglia numero 5 del Milan, la maglia di Baresi. Giocava bene già allora. E già allora aveva una propensione allo sfottò che non ti faceva incazzare perchè veniva da ridere anche a te che eri lo sfottuto. Non passò molto tempo che anch’io cominciai a dire “vado in palestra”: l’estate praticamente non facevo che giocare. Fu lui ad affibbiarmi il soprannome “Tex”: mi sono sempre piaciuti gli stivali, quelli sottili, non quelli da mandriano, è chiaro – mi piaceva “Tex”; era anche l’unico fumetto che avessi mai collezionato. Bomber ad un certo punto imparò a fare i passaggi incrociando il destro sotto il sinistro. Un pomeriggio di vent’anni fa me ne fece uno da metà-campetto, io stoppo col destro, mi porto all’interno evitando non ricordo più chi, e senza guardare la porta, infilo un tiro a rientrare nell’angolino alto di sinistra: “Cazzo che t’ha fatto!” fu il commento. – A volte mi riuscivano cose carine col pallone (quando vivevamo a S. Antonio palleggiavo tutto il tempo con un pallone di spugna, il proprietario di casa aveva l’orecchio sensibile) e Bomber sapeva fare dei gran passaggi. Che fine ha fatto Bomber? L’ultima volta che l’ho visto mi ha detto che continuava a correre dietro un pallone, il che significava che non aveva proprio sfondato. Che fine ha fatto “la palestra”? Il comune ha recintato tutto e la gestisce la polizia municipale come centro per disabili; ora nella palestra c’è la piscina ed il campo è tornato ad essere un campo da pallavolo. L’estate nessuno dice più “vado in palestra”. Bomber non scende più dalla collinetta ridendo e prendendo per il culo qualcuno da lontano. Io, beh, io credo di essere stato felice solo durante quelle partitone sotto il sole in quei pomeriggi di troppo tempo fa. Dalla ringhiera sopra casa nessuno viene più a chiamarmi alle tre del pomeriggio: “Tex!” – ed io e mio fratello giù verso “la palestra” a rotta di collo, pallone e tutto. Eppure, Bomber, un pomeriggio di vent’anni fa me ne fece uno da metà-campetto, io stoppo col destro…
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Quando la rete non aveva ancora preso il posto dei pescatori, i rioni erano pezzi di strada, dove c’era sempre uno che la sapeva lunga e uno che spaccava facce, a comando o a piacimento. Poi c’erano i “bravi cristi”, quelli che non davano fastidio a nessuno e stavano al posto loro: degli amabili coglioni, innocui e benvoluti, sempre che non fossero del tutto idioti; in tal caso diventavano l’alternativa alla sala giochi ed in più erano gratis. (Se avessi vissuto la strada avrei fatto parte degli amabili coglioni benvoluti, ma la mia massima partecipazione alla vita rionale consisteva solo in una certa abilità nel giocare a stecca e a pallone. Perciò di storie e risse non ne ho mai saputo niente. – Ma mi sarebbe piaciuto). Poi c’erano gli “stanninmezzo”: ragazzi di strada che conoscevano un sacco di gente e che a volte non mancavano di carisma, specie nei confronti delle nuove leve e dei più giovani. Di uno di questi conosco un piccolo aneddoto. Era un tizio ammanicato con questo mondo e quell’altro, ma era spiritoso, e tra l’altro mi ricordo che si faceva una che mi piaceva, dio sa chi cazzo era dopo tutti questi anni. Era uno di quelli carismatici (li riconosci perchè non ridono, ghignano), e se stava in “certi giri”, lo sapeva nascondere. Perchè sapeva ghignare. Nella storia del rione, Saverio, così si chiamava, viene ricordato per un buffo incidente accaduto in una di quelle sere da muretto che non esistono più: “Ciao, io sono…”, “Piacere, Laverio!”
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Nei rioni e nei paesi l’anagrafe conta poco. Contano i soprannomi. Per noialtri era Bizantino. Dio sa come faceva di cognome. Il soprannome glielo diede il fratello di uno a cui il calcio avrebbe potuto dare di più, per alludere – così confessò anni dopo il fratello – all’aspetto ‘barbaro’ del soggetto. In effetti Bizantino ha sempre lavorato. Difficilmente lo vedevi privo di tuta da metalmeccanico e scarponi o di divisa da spazzino.
Non è che frequentasse molto gli altri ragazzi qua intorno. Bizantino andava a lavorare: a casa sua non se la passavano per niente bene. In più Bizantino era piuttosto brutto, il che non aiutava in nessun caso. L’ho rivisto, Bizantino, un anno fa. La ragazza lo aveva lasciato e lui soffriva. Si distraeva uscendo alle tre del pomeriggio, in piena estate, forse sperando in un’ insolazione che gli facesse dimenticare tutto. Lei non lo voleva più. Forse soprattutto i suoi non lo volevano più. Bizantno non è mai stato quel che si dice un buon partito. L’ultima volta che l’ho visto è stato dal barbiere qualche mese fa. Sembrava più tranquillo. Disse che lavorava da un fruttivendolo e che si trovava bene: “mi paga…”. Quando l’ho visto l’ho salutato: “Ciao Rocco, come stai?” e gli ho stretto la mano. E Bizantino, stranito, mi ha sorriso. Perchè a Bizantino, la mano, non gliela stringe nessuno.
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