LAVERIO

Quando la rete non aveva ancora preso il posto dei pescatori, i rioni erano pezzi di strada, dove c’era sempre uno che la sapeva lunga e uno che spaccava facce, a comando o a piacimento. Poi c’erano i “bravi cristi”, quelli che non davano fastidio a nessuno e stavano al posto loro: degli amabili coglioni, innocui e benvoluti, sempre che non fossero del tutto idioti; in tal caso diventavano l’alternativa alla sala giochi ed in più erano gratis. (Se avessi vissuto la strada avrei fatto parte degli amabili coglioni benvoluti, ma la mia massima partecipazione alla vita rionale consisteva solo in una certa abilità nel giocare a stecca e a pallone. Perciò di storie e risse non ne ho mai saputo niente. – Ma mi sarebbe piaciuto). Poi c’erano gli “stanninmezzo”: ragazzi di strada che conoscevano un sacco di gente e che a volte non mancavano di carisma, specie nei confronti delle nuove leve e dei più giovani. Di uno di questi conosco un piccolo aneddoto. Era un tizio ammanicato con questo mondo e quell’altro, ma era spiritoso, e tra l’altro mi ricordo che si faceva una che mi piaceva, dio sa chi cazzo era dopo tutti questi anni. Era uno di quelli carismatici (li riconosci perchè non ridono, ghignano), e se stava in “certi giri”, lo sapeva nascondere. Perchè sapeva ghignare. Nella storia del rione, Saverio, così si chiamava, viene ricordato per un buffo incidente accaduto in una di quelle sere da muretto che non esistono più: “Ciao, io sono…”, “Piacere, Laverio!”


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