L’indiano e la cartella

Gli indiani sono tutti giovani. Per strada e nella metro. Hanno abolito la vecchiaia per questi viaggi in paesi che sono, in fondo, un nessundove. Non hanno niente. Cercano la vita. Come chiunque altro, solo con meno pretese. Alcuni di loro erano dei professori, qui vendono cianfrusaglie in osso. Una mattina, o una sera, non ricordo, un indiano aveva una cartella blu sulle ginocchia, una di quelle cartellette che si usano per i documenti. Chissà cosa c’era dentro, forse le carte per restare qui, forse delle analisi cliniche, o magari una laurea indiana in psicologia, oppure niente. Quello che è certo è che in quel momento, l’indiano è tutto assorto a fissare la cartellina blu e ad un tratto comincia a scriverci sopra, a scriverci sopra con le dita, una lettera alla volta. Forse sono solo dei ghirigori come quelli che si fanno parlando al telefono. Ma è troppo irraggiungibile nella sua opera di scrivano senza inchiostro. Allora mi viene in mente che quello che scrive possa essere il nome di una ragazza, giovane anche lei, ma ora lontanissima, promessa ad un amore mangiato dalla miseria. La città non gliela restituirà, ma l’indiano porterà con se la sua cartellina blu, in tutte le strade e in tutte le piazze come la cosa più preziosa. Una tavoletta di plastica su cui incide sempre le stesse lettere invisibili, prima dei fiori, prima delle collane, prima dei parchi, prima dei sogni e prima di tutto questo.

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